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Il Made in Italy è stato al centro del dibattito tenutosi alla Conferenza nazionale dei produttori italiani di oggi a Roma, e – in particolare – nell’intervento di Elena Chiorino, vicepresidente della Regione Piemonte. La Conferenza si è tenuta nella sala Matteotti della Camera dei Deputati a Roma e ha visto la partecipazione di istituzioni, imprese e rappresentanti delle filiere produttive italiane. Elena Chiorino, in qualità di vicepresidente della Regione Piemonte e assessore all’Istruzione, Merito e Formazione professionale, ha sottolineato che il Made in Italy «non è soltanto un marchio economico, ma un’identità culturale». L’evento ha visto dunque un focus istituzionale significativo, con l’obiettivo di riflettere su cosa renda l’Italia protagonista nel panorama produttivo globale.
Nel suo intervento, Chiorino ha enfatizzato che il Made in Italy «vive del suo capitale umano: è nelle mani, nella creatività e nel talento dei nostri lavoratori, artigiani, imprenditori, designer e ricercatori che risiede la vera forza della Nazione». Ha inoltre precisato che la tradizione manifatturiera del Piemonte — dall’agroalimentare alla meccanica, dal tessile alla produzione orafa — costituisce un modello in cui “tradizione e innovazione” si uniscono per dare concretezza al sistema. Il concetto chiave è che la Made in Italy non si basa solo sulla provenienza geografica, ma sulla capacità di trasformare la bellezza in valore economico e sociale. Carlo Verdone, presidente e fondatore di Federitaly, ha sostenuto durante la conferenza che “Il 100% Made in Italy non è una semplice etichetta doganale, ma l’espressione autentica di una cultura produttiva e di un’identità economica unica al mondo. Difendere questo patrimonio significa sostenere la nostra economia, la nostra creatività e la qualità che tutto il mondo ci riconosce. Oggi più che mai, il futuro del Made in Italy passa attraverso trasparenza, tracciabilità e produzione etica”.
La conferenza si è tenuta in un contesto in cui l’economia italiana affronta sfide importanti: digitalizzazione, globalizzazione delle produzioni, competizione internazionale. Chiorino ha richiamato il dovere di trasmettere alle nuove generazioni l’orgoglio di appartenere a un sistema industriale costruito sul lavoro e sulla competenza. Il perché dell’intervento è chiaro: promuovere una politica industriale nazionale che riconosca le piccole e medie imprese, gli artigiani e i professionisti come la spina dorsale del Paese. Per Chiorino «il Made in Italy è la nostra anima tanto identitaria quanto economica». Questa presa di posizione arriva «oggi», indicando un’urgenza nel valorizzare il capitale umano per sostenere il sistema produttivo nazionale.
Le dichiarazioni della vicepresidente piemontese Chiorino aprono la strada a diverse implicazioni: innanzitutto la centralità delle politiche formative e del rapporto tra istruzione e lavoro. Portare «i bambini e i ragazzi dentro le fabbriche e i laboratori artigiani» significa dare visibilità concreta all’impresa e alle competenze. In secondo luogo, valorizzare il capitale umano implica un investimento sulle persone, sulla creatività, sul talento, come elementi che nessuna tecnologia o intelligenza artificiale potrà replicare. Chiorino lo ha affermato chiaramente: «È questo il nostro marchio di eccellenza, ciò che nessuna tecnologia potrà mai replicare». Infine, dal punto di vista delle filiere, il messaggio è che il Made in Italy resta competitivo se sa integrare la tradizione con l’innovazione, se sa trasmettere identità e valore aggiunto e non competere unicamente sul prezzo.
Tra le azioni indicate vi sono iniziative territoriali, come quelle del Piemonte, che promuovono la formazione nei laboratori artigiani e la collaborazione tra scuole e imprese. Le sfide sono numerose: garantire la trasmissione generazionale delle competenze artigiane, integrare digitalizzazione e produzione, evitare che il Made in Italy diventi solo un’etichetta senza sostanza. Occorre una politica industriale che riconosca il tessuto delle Pmi e degli artigiani come pilastro dello sviluppo nazionale. In questa chiave, il capitale umano diventa elemento strategico di competitività e identità, ben più di una risorsa o di un “fattore di produzione”.
Scritto da: Michele Ceci
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