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GR News
Il 1° gennaio 2026 doveva segnare l’entrata in vigore di nuovi dazi Usa sulla pasta italiana, ma l’aumento temuto non scatterà, almeno per ora. Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha anticipato alcune valutazioni dell’indagine antidumping, riducendo in modo significativo le aliquote provvisorie fissate a settembre. La decisione riguarda diversi produttori italiani, interessa il mercato statunitense ed è frutto di un confronto istituzionale avviato nei mesi scorsi, con l’obiettivo di evitare un impatto pesante su imprese e consumatori.
Secondo quanto comunicato dalla Farnesina, l’analisi post-preliminare delle autorità statunitensi ha portato a una drastica revisione delle tariffe. I dazi Usa sulla pasta italiana, inizialmente fissati al 91,74%, sono stati rideterminati al 2,26% per La Molisana e al 13,98% per Garofalo. Per altri undici produttori non campionati, tra cui Barilla, l’aliquota scende al 9,09%. Si tratta di un cambiamento rilevante rispetto allo scenario ipotizzato fino a poche settimane fa. Le tariffe ridotte non sono ancora definitive, ma rappresentano un primo segnale di apertura da parte delle autorità americane, che hanno riconosciuto la collaborazione delle aziende italiane coinvolte nell’indagine.
La notizia è stata accolta positivamente da Coldiretti e Filiera Italia, che attraverso la struttura Filiera Pasta seguono da vicino il dossier. In una nota congiunta hanno sottolineato come la riduzione dei dazi Usa sulla pasta italiana sia «un primo riconoscimento della fattiva volontà di collaborare delle nostre aziende» e del lavoro svolto a livello istituzionale. Anche il Governo italiano ha rivendicato il risultato ottenuto. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha parlato di una scelta strategica corretta, ricordando l’impegno assunto già in autunno durante gli incontri a Chicago con l’ambasciatore Marco Peronaci. Secondo il ministro, l’azione coordinata della diplomazia economica italiana ha contribuito a ridimensionare tariffe che avrebbero avuto conseguenze pesanti sull’export.
Soddisfazione è stata espressa anche da Unione Italiana Food. La presidente dei pastai, Margherita Mastromauro, ha evidenziato come il risultato premi il lavoro svolto al fianco delle imprese associate, tra cui La Molisana, Garofalo e Barilla. Le aziende, ha spiegato, hanno affrontato l’indagine con trasparenza e spirito di collaborazione, elementi che hanno inciso sulla revisione dei dazi Usa sulla pasta italiana. Secondo l’associazione, l’esito rafforza il ruolo di Unione Italiana Food nel tutelare la competitività del made in Italy sui mercati internazionali, dimostrando l’efficacia del cosiddetto “sistema Paese” quando pubblico e privato agiscono in modo coordinato.
Nonostante il ridimensionamento delle aliquote, la procedura antidumping resta formalmente aperta. L’amministrazione statunitense dovrà pubblicare le conclusioni finali dell’indagine entro l’11 marzo. Fino a quella data, l’efficacia delle tariffe resta sospesa, così come l’ipotesi di un dazio complessivo che avrebbe superato il 100%, sommando l’aliquota antidumping e il 15% già in vigore da agosto sui prodotti Ue. Secondo Coldiretti e Filiera Italia, l’introduzione piena dei **dazi Usa sulla pasta italiana** avrebbe avuto effetti immediati sui prezzi al consumo, arrivando a raddoppiare il costo di un piatto di pasta per le famiglie americane. Un aumento che avrebbe favorito i prodotti di Italian sounding, penalizzando la qualità autentica del made in Italy. Il mercato statunitense rappresenta infatti un pilastro per il settore. Nel 2024 l’export di pasta italiana negli Usa ha raggiunto un valore di 671 milioni di euro, secondo mercato dopo la Germania. Complessivamente, il comparto della pasta in Italia fattura ogni anno 8,7 miliardi di euro e produce oltre 4 milioni di tonnellate, con circa il 60% destinato all’estero. In questo contesto, la riduzione dei **dazi Usa sulla pasta italiana** è considerata un passaggio cruciale per la stabilità e la crescita del settore.
Scritto da: Michele Ceci
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