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GR News
today08.10.2025
Va sempre di più emergendo una nuova visione per l’innovazione italiana: non più un modello statico da proteggere, ma un processo dinamico e collettivo battezzato “Making Italy”. L’idea è fondere tre intelligenze complementari — le mani che conoscono, le macchine che immaginano, le comunità che trasformano — per far crescere un’Italia laboratorio di idee, cultura e impresa.
Il concetto di Making Italy è al contempo una sfida e un’opportunità per l’idea tradizionale del Made in Italy come marchio da custodire. Alessandro Colombo e Gianpaolo Barozzi, intervenuti alla Tech Week 2025, hanno sottolineato come il futuro non risieda tanto nell’oggetto finito, ma nella capacità di un sistema nazionale di evolvere nel tempo. In questa visione, l’“intelligenza delle mani” non è mera manualità, bensì capacità cognitiva: dialogare con il materiale, interpretarlo, “interrogarlo” per plasmare nuove forme. L’intelligenza artificiale diventa un alleato creativo: uno strumento che può simulare scenari, offrire spunti inattesi e potenziare la capacità umana di inventare. Infine, l’intelligenza sociale è ciò che rende efficaci le innovazioni: connessione, comunità, valore condiviso. In mancanza di questa dimensione, anche la più brillante invenzione può restare marginale o comunque esclusiva. Per gli ideatori del progetto, la formazione diventa un perno: scuole e istituti devono trasformarsi in “officine aperte”, spazi ibridi in cui arti e scienze dialogano, dove i giovani sperimentano senza “muri disciplinari”.
In Italia molte imprese ancora tardano a comprendere come impiegare l’IA — se non per attività banali o ripetitive — ma l’idea che l’IA soppianti i creativi è fuorviante: “porterà via il lavoro solo a quelli mediocri”, sostengono Colombo e Barozzi. L’approccio Making Italy mira a evitare che le disuguaglianze tecnologiche si traducano in esclusione sociale. L’intelligenza sociale emerge qui come principio che evita che l’innovazione diventi privilegio di pochi. L’Italia storicamente eccelle nelle arti applicate e nel design, ma spesso manca l’integrazione sistemica con il mondo digitale. Il rischio è che l’industria rimanga prigioniera di canoni obsoleti e per questo risulti incapace di far fronte alla concorrenza straniera. Making Italy vuole colmare questa frattura. Inoltre, come mostrano dati recenti sull’ecosistema startup, l’Italia tende a restare concentrata nel mercato domestico e fatica a creare “unicorni” (così si definiscono le startup che raggiungono il valore di più di un miliardo di dollari). Per decollare davvero serve una visione in cui cultura, formazione, imprese e comunità dialoghino strettamente, abbattendo i tradizionali silos.
Le istituzioni scolastiche non devono limitarsi ad essere veicoli del sapere, ma luoghi in cui si sperimenta, si costruisce, si progetta. I programmi dovrebbero includere corsi trasversali, azioni interdisciplinari e progetti che intrecciano artigianato, arti visive e tecnologie digitali. E le aziende? Non devono essere entità chiuse che producono beni, ma parte di ecosistemi che coinvolgono designer, maker, cittadini. Aprire laboratori condivisi, favorire la partecipazione collettiva e la coprogettazione può trasformare il tessuto industriale in comunità creative. L’IA non deve né può essere trattata come un nemico, bensì come partner creativo. Occcore dotarsi di infrastrutture, rendere accessibili i dati, sviluppare modelli interoperabili e ambienti di sperimentazione. Inoltre, lo Stato e gli enti locali possono agire da catalizzatori: offrire spazi, incentivi, reti e allentare le barriere regolatorie. È importante che le istituzioni pubbliche facilitino l’accesso all’innovazione e non la ostacolino con burocrazia o eldorado normativi.
Non mancano gli ostacoli: resistenze culturali, disuguaglianze digitali, scarsa interoperabilità, diffidenza verso l’IA. Se l’innovazione non è inclusiva può generare nuove forme di esclusione. Un rischio etico forte riguarda il fatto di dare troppo potere alle macchine senza discuterne i valori e l’impatto sociale. La tecnologia, isolata, non forma comunità. Serve un attivo esercizio di intelligenza sociale per governare modelli più equi. Se riuscisse, Making Italy potrebbe trasformare l’Italia in un laboratorio collettivo globale: non un residuo nostalgico del passato, ma un’avanguardia in cui cultura, comunità e tecnologia co-costruiscono il futuro.
Scritto da: Michele Ceci
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