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Economia della Bellezza: il potere di arte e cultura per far crescere le imprese

today12.08.2025

Sfondo

L’edizione 2024 del Rapporto Economia della Bellezza di Banca Ifis conferma, con dati concreti, che investire in arte e cultura conviene. Le imprese culturali, ossia quelle che hanno inserito stabilmente progetti artistici e culturali nella propria strategia, registrano una produttività 1,4 volte superiore rispetto alle imprese simili per dimensione e settore. Anche le retribuzioni crescono più velocemente: 2,2 volte rispetto alla media dei competitor. Un fenomeno che non riguarda solo il mondo produttivo, ma anche il settore bancario, dove le cosiddette “banche culturali” mostrano performance economiche nettamente superiori alla media.

Un progetto per misurare il valore della bellezza

L’Economia della Bellezza è un’iniziativa ideata da Banca Ifis attraverso il Social Impact Lab Kaleidos e il brand Ifis art, con l’obiettivo di analizzare e promuovere il legame tra cultura, arte e crescita economica. Non si tratta solo di estetica o di responsabilità sociale, ma di un vero e proprio fattore strategico di competitività. Secondo il rapporto, nel 2023 l’economia della bellezza ha contribuito per il 29,2% al PIL italiano, pari a circa 595 miliardi di euro, con una crescita del 19% rispetto all’anno precedente.

Il campione analizzato comprende 732 imprese culturali distribuite in 18 regioni italiane, con una forte concentrazione in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. I settori più rappresentati vanno dalla moda all’agroalimentare, dalla meccanica al sistema casa, dimostrando che la cultura può essere un motore trasversale a comparti molto diversi. Molte di queste aziende hanno una lunga storia: il 6% è attivo da più di 65 anni, mentre il 43% è nato negli anni Ottanta e Novanta.

Il filo conduttore è una strategia che integra arte e cultura in modo strutturato, utilizzando questi strumenti non solo per comunicare all’esterno, ma anche per rafforzare la cultura interna, stimolare l’innovazione e costruire legami duraturi con il territorio.

I numeri che fanno la differenza

L’analisi di Banca Ifis si basa su 14 indicatori di performance economica, confrontando le imprese culturali con imprese peer, ossia aziende simili per dimensione e settore ma prive di progetti artistici e culturali. Il risultato è netto: tra il 2015 e il 2024 la produttività delle imprese culturali è cresciuta del 75%, contro il +13% registrato dalle altre. Anche le retribuzioni pro capite hanno seguito un trend più dinamico, con un +25% rispetto al +9% dei competitor.

Questi dati non sono influenzati da fattori occasionali. Anche negli anni più complessi, come il biennio 2023-2024 segnato da inflazione elevata, tassi di interesse alti e instabilità geopolitica, le imprese culturali hanno continuato a crescere. Pur affrontando un aumento medio dei costi di produzione, sono riuscite ad ampliare il margine operativo per dipendente, aumentando il distacco rispetto alle imprese senza investimenti culturali.

Secondo gli analisti, la bellezza ha un effetto moltiplicatore: migliora il clima aziendale, attira e trattiene talenti, stimola creatività e innovazione, aumenta la capacità di comunicare con il mercato. Non sorprende, quindi, che le aziende più attente alla cultura riescano a consolidare vantaggi competitivi anche sul lungo periodo.

Le banche culturali: un caso di successo

Il rapporto dedica un capitolo anche al settore bancario, dimostrando che l’impatto della cultura non si ferma all’industria manifatturiera o ai servizi tradizionali. Banca Ifis ha individuato 16 gruppi bancari italiani che hanno adottato politiche strutturate di investimento in arte e cultura.

Tra il 2018 e il 2024, la produttività di queste “banche culturali” è aumentata del 78%, contro il +34% del sistema bancario nel suo complesso. Le retribuzioni pro capite sono cresciute del 25%, a fronte del +19% registrato dalla media del settore. In termini relativi, la crescita della produttività è stata più di tre volte superiore.

Anche per gli istituti di credito vale la stessa dinamica osservata nelle imprese: investire in bellezza significa rafforzare la propria identità, migliorare le relazioni con il territorio e ottenere benefici concreti in termini di efficienza e redditività. Non a caso, il 68% delle banche coinvolte dichiara di utilizzare progetti culturali per costruire legami più forti con le comunità locali.

Cultura come valore sociale oltre che economico

Uno degli aspetti più interessanti emersi dal Rapporto è il valore relazionale dell’Economia della Bellezza. Secondo i dati raccolti, il 52% delle imprese culturali e il 68% delle banche utilizza i progetti artistici per rafforzare il rapporto con il territorio. Questo approccio non solo migliora la reputazione, ma genera anche un impatto sociale positivo, favorendo coesione e partecipazione.

Un’indagine condotta su un campione rappresentativo di italiani tra i 18 e i 75 anni conferma questa percezione: tre persone su quattro ritengono fondamentale che la propria banca adotti un approccio sostenibile e si impegni nella valorizzazione del patrimonio artistico e culturale del Paese. Quasi la totalità degli intervistati afferma che il sostegno ad arte e cultura migliora l’immagine di un istituto di credito.

Questi dati indicano che la cultura non è solo un mezzo per migliorare i conti economici, ma anche un fattore di legittimazione sociale. In un contesto in cui cittadini e consumatori chiedono alle imprese e alle banche di assumersi maggiori responsabilità verso la comunità, la bellezza diventa un linguaggio universale capace di creare consenso e fiducia.

Il Rapporto Economia della Bellezza di Banca Ifis dimostra che l’arte e la cultura possono essere strumenti strategici per la crescita economica e sociale. Le imprese culturali e le banche che scelgono di investire in progetti artistici ottengono vantaggi concreti: maggiore produttività, retribuzioni più alte, migliori margini operativi e un legame più stretto con il territorio.

In un’epoca segnata da incertezza e rapidi cambiamenti, l’Economia della Bellezza si propone come un modello di sviluppo capace di coniugare competitività e valori, dimostrando che la bellezza non è un lusso, ma un investimento strategico per il futuro del Paese.

Scritto da: Matteo Respinti

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